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Senza-titolo-51In questa seconda edizione, la Residenza intende supportare la ricerca di un artista che abbia già intrapreso un percorso leggibile, e che impieghi il soggiorno pavese per proseguire la sua ricerca e tradurla in un’opera che entrerà a far parte della collezione permanente della Scuola.

Impegni dell’artista vincitore

L’artista vincitore lavorerà al suo progetto presso la sede di Ar.Vi.Ma., senza limiti di orario.

Dovrà essere indipendente nel reperimento dei materiali necessari, non disponendo l’ Ar.Vi.Ma. di attrezzatura propria.

Durante la sua permanenza, l’artista dovrà relazionare al direttore artistico sul lavoro in corso, con cadenza settimanale. Terrà inoltre almeno un incontro con il pubblico (conferenza e/o workshop).

L’opera realizzata sarà esposta in Santa Maria Gualtieri o in altro spazio adeguato.

Agevolazioni e borsa di studio

Spazio di lavoro: sede Ar.Vi.Ma.,Viale Nazario Sauro 5, Pavia

Alloggio: Collegio Cairoli, Pavia

Vitto a carico di Ar.Vi.Ma. (pranzo e cena)

Borsa di studio: euro 1.500,00

Le spese sostenute per il viaggio e gli spostamenti eventuali durante il soggiorno sono a carico dell’artista.

Requisiti per la partecipazione

Il concorso si rivolge ad artisti che abbiano compiuto i 25 anni di età e non abbiano studi accademici in corso.

I candidati extraeuropei dovranno avere il permesso di soggiorno valido o provvedere in modo autonomo a regolarizzare il permesso.

Per maggiori informazione e per visualizzare il bando completo per la partecipazione, visita il sito dell’Ar.Vi.Ma.

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GhislieriUn nuovo appuntamento. Il 10 novembre, alle ore 17, nell’Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri (Pavia), Francesca Brignoli e Nuccio Lodato presentano il loro ultimo saggio “Marilyn Monroe. Inganni” edito da Le Mani-Microart’s (2014).

Partecipano Federica Villa dell’Università di Pavia e Antonio Sacchi, Presidente del Consiglio Comunale di Pavia.

Ingresso libero.

 

copertina-MarilynMito, leggenda, icona. Ma anche, prima di tutto, attrice. A oltre mezzo secolo dalla scomparsa, Marilyn Monroe continua a essere l’immagine più abbagliante di un universo pop che di lei si è nutrito, facendone il simbolo senza tempo della bellezza e del fascino, in ragione di una sensualità ostentata e provocante, dolcissima ma disperata. Citata, clonata, omaggiata dall’anno della sua morte a oggi, è l’ultima grande star di Hollywood. Un fenomeno cinematografico, di cui il talento è stato forse l’aspetto meno indagato.

Dopo una distruttiva infanzia e una prima giovinezza difficile, i lavori umili e le scelte sentimentali poco fortunate, Norma Jean Baker inizia la carriera come modesta fotomodella e attricetta. Ma pochi anni dopo diventa “la Monroe”: in breve, grazie a formidabili apparizioni, esplosiva regina dello star system. All’ombra di una clamorosa ma contorta e sofferta vita extrafilmica, tra fulminei matrimoni da rotocalco, reiterate relazioni pericolose e ossessionanti ricoveri ospedalieri – che presto ne sovrastano tragicamente i meriti – costruisce una carriera personalissima. Eccola illuminare film leggendari, diretta anche da Huston (Giungla d’asfalto, Gli spostati), Hathaway (Niagara), Preminger (La magnifica preda). Al registro di attrice drammatica – raffinato anche grazie all’incontro con Strasberg all’Actor’s Studio – si affiancano le indimenticabili prove nelle commedie: da Il magnifico scherzo e Gli uomini preferiscono le bionde di Hawks a Come sposare un milionario per Negulesco, fino a  Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo con Wilder e a Facciamo l’amore firmato Cukor: come avrebbe dovuto essere anche il Something’s Got to Give tragicamente mai portato a termine.

Invito CasellaApre il 25 ottobre, alle ore 18, la mostra di Elisabetta Casella alla Supernova Gallary in Palazzo Bottigella Gandini (Corso Mazzini 15, Pavia), curata da Mariangela Calisti.

Il testo in catalogo é di Silvia Ferrari Lilienau.

I Maestri non si dimenticano, per chi li abbia amati. Lasciano una traccia che esula dalla mera citazione, ed è piuttosto conferma di aver condotto i propri passi entro margini forti. Così per Elisabetta Casella, che ha prelevato la pelle di exempla dell’Informel adattandola a un suo proprio fare. Negli Otages di Fautrier, nelle Nature di Fontana e nei Sacchi di Burri si è quasi avvolta come in uno scialle protettivo, ma dentro c’è lei, con un dire totalmente suo. Gli ovali materici sono dunque un pretesto formale per riflettere sul senso della fine: perché è vero che, nell’occhio di chi guarda, la linea richiusa su di sé secondo una circolarità più o meno regolare rimanda all’idea di un continuum, ma la mano che tende il bordo – l’equivalente di un segno – sa quando incomincia e dove interrompe. Le cose finiscono. La sfera stessa, quando intera e avvolta in bendaggi consolidati da colate di gesso, è ormai lontana da ogni concetto spaziale, e si fa invece grembo da sanare, potenzialmente greve di un contenuto sofferto. Un passaggio alchemico recente fa schiudere però le sfere e, estroflettendone il celato, converte l’involucro in bocche di apertura floreale – quasi rose –, che prendono a reiterarsi.
Capita allora che vengano a comporsi in installazione, offrendosi piene di cenere su gambi alti di ferro. Là dove la cenere è quel che resta di un fuoco, per lo più domestico, ma anche fertilizzante per ulteriori raccolti. Facendo il verso alla pittura, le rose prendono infatti a proliferare in orizzontale o su una scacchiera a parete, che si costituisce confine geo metrico a una fioritura altrimenti ininterrotta. Allo stesso modo, piccole sfere di plastica si accalcano in giardino dentro la cornice ovale di un’aiuola. A tratti le rose recuperano il colore rosso con cui dominano l’immaginario collettivo, nella duplice valenza simbolica legata alla carne: da un lato la ferita aperta, dall’altro il coefficiente erotico di cavità irrorate di sangue, o percorse da papille gustative che lo spessore di materia e pigmento viene a sollecitare. Oppure diventano spina dorsale di composizioni ovoidali non più testimoni della chiusura di un ciclo, ma utili a circoscrivere una crescita verticale simile alla sequenza di vertebre nel corpo umano, ai cui nomi alludono i titoli scelti. Non a caso, in mostra, ai piedi dei pannelli che dilatano nello spazio la puntinatura concava c’è un guscio irregolare con ampia fenditura al centro. L’artista cessa di legare e bendare la rotondità, sospende l’arrotondare come presa di coscienza di limiti che sono anche esistenziali. Lascia che dalla spaccatura si propaghi un’ipotesi d’altro, che perde in rugosità tattile e carezza la moltiplicazione, sfiorando il concetto di multiplo. È tuttavia evitato il raffreddamento minimalista della serialità, per l’intervento che varia ogni volta la forma, e diversifica con il gesto pittorico l’immagine della rosa offerta da tovaglioli di carta, reimpiegati come objets trouvés. Il racconto è in accezione femminile, non stupisce che abbia accenti intimistici, perché a questo le donne sono chiamate da sempre: procreare, e conservare la vita prendendosene cura. Qui il linguaggio artistico ha però invertito i passaggi, consentendo di costruire un binario parallelo su cui scivolare con volontà indipendente anche dal genere: la germinazione arriva come atto liberatorio dopo aver molto trattenuto, sciogliendo l’intreccio precedente di riferimenti colti e memorie personali.

Silvia Ferrari Lilienau

 

OPERE. ELISABETTA CASELLA. 25 ottobre-22 novembre 2014 | Palazzo Bottigella Gandini | Corso Mazzini 15 | Pavia | Orari martedì-venerdì: 15.30-19 | sabato: 10- 12.30 | 15.30-19. In orari diversi da quelli di apertura si riceve su appuntamento.

Elisabetta Casella nasce a Piacenza, Italia, nel 1973.
La formazione si compie all’Accademia Galli di Como.
Vive e lavora con Ello, Valentino e un numero imprecisato di gatti nella campagna piacentina.
Consapevole è la scelta dell’informale come possibilità pittorica a sottolineare la necessità di abbandonare le forme degli oggetti per ritrovarne l’essenza nella materia. Una ricerca volta spesso alle monocromie. Monocromie che si risolvono in campiture di colore delicato ma incisivo, tormentato da un lavorio sommesso di segni e punti di luce che indicano un percorso immaginativo circolare. Sferica, la sua ultima ricerca scultorea. Vissuti emotivi intensi, tradotti in circonferenze inabbracciabili, fatte di gesso e materiali ritrovati, stoffe, garze, chiodi, scampoli di merletto.

 

La prestigiosa sede di Palazzo Bottigella Gandini apre le porte nel 2012 con un’iniziativa intenta a promuovere il lavoro di giovani artisti. Dopo una serie di mostre collettive, realizzate con il Settore Cultura della città di Pavia, che hanno suscitato l’interesse del pubblico dei collezionisti, nasce l’Associazione Culturale “SUPERNOVA GALLERY”, un incubatore di idee ed iniziative avente lo scopo di mettere in evidenza il giovane mondo dell’arte contemporanea nella certezza che possano emergere nuovi talenti nel complicato sistema dell’arte. SUPERNOVA sarà aperta a collaborazioni pubbliche e private diventando un contenitore parallelo e stimolante per collezionisti, critici e quanti vogliano affacciarsi con il loro contributo all’arte contemporanea fuori dagli schemi convenzionali. Il tutto per mettere in atto, così, uno slancio propulsivo a nuove idee e movimenti. Il 25 ottobre con le opere di ELISABETTA CASELLA si inaugurerà la prima di una serie di personali. La mostra, improntata su diversi nuovi lavori, alcuni dei quali site specific, vedrà esposte anche alcune opere meno recenti: questo per meglio comprendere l’interessante evoluzione della giovane artista nel corso del tempo.

Palazzo Bottigella Gandini | Corso Mazzini, 15 Pavia | email: artlab.bottigellagandini@gmail.com | contatti: +39 335 6892646 | +39 333 4906874

 

              di Silvia Ferrari Lilienau Si è conclusa la prima Residenza d'Artista Ar.Vi.Ma. 2014, con un'installazione site-specific di Iris Dittler in Santa Maria Gualtieri. Il lavoro dell'artista austriaca ha preso il via da una rivisitazione del Romanico pavese. La ricerca, condotta nelle basiliche romaniche della città, si è infine concentrata in Santa Maria Gualtieri, non tanto perché luogo espositivo deputato, quanto piuttosto per la sua più complessa natura sedimentativa, che nel tempo ha visto la chiesa non più officiata trasformarsi in magazzino e abitazione, prima del recupero che l'ha ricondotta all'aspetto attuale. Iris Dittler da anni lavora sulla relazione tra il corpo e lo spazio, individuando nel corpo un'architettura a fronte del contesto, all'interno della quale tratti dell'ambiente possono trovare ideale collocazione. Il corpo diventa cioè somma di luoghi in cui si concretizzano momenti dello spazio circostante, poi tradotti in oggetti che sono la restituzione del luogo prima assorbito. Purché tra spazialità fisica e spazio percorso sia possibile un contatto. Il Romanico pavese, nella seduttività materica dell'arenaria, come nel rosso del mattone, o nei bassorilievi di demoni e sirene, è un richiamo forte ai peccati della carne e all'elevazione dello spirito, al corpo come involucro materiale di un'interiorità invece smaterializzata. Ma la ricerca sul corpo è andata oltre, stabilendo un raccordo ulteriore con la storia che ha legato Pavia a Vienna nel secondo Settecento. La scuola di chirurgia dell'università pavese era infatti eccellenza che si avvaleva – fra l'altro – dell'opera del ceroplasta Clemente Susini, contemporaneamente attivo a Firenze – governata da un Asburgo, il Granduca Leopoldo – e nella Vienna di Giuseppe II. Così, lo Josephinum di Vienna e l'università di Pavia hanno in comune cere anatomiche eseguite per meglio indagare il corpo umano. In strutture metalliche sottili e teche o basi di vetro, Iris Dittler ha allora collocato piccoli oggetti di sutura concettuale tra Romanico e Illuminismo, fra spiritualità e sperimentalismo scientifico, lasciando che la leggerezza degli oggetti e la loro ambiguità vibrassero nell'atmosfera sacrale di Santa Maria Gualtieri. Ognuna delle teche rimando a una sezione del corpo dell'artista in cui si fosse impressa una suggestione, con allusioni a piccoli strumenti chirurgici per sondare il sedimento e la sua forma, il suo peso. Da cui il titolo, a metà tra la visione e l'incubo: abita sotto la lingua. Sotto e non sopra la lingua, altrimenti potrebbe semplicemente essere detto, consentendo di liberarsene. Invece no, quello che sta sotto si diffonde in tutto il corpo, e recuperarne le tessere richiede un lavoro più introspettivo. Qua e là gruppi di piastrelle blu, a scandire una sorta di percorso iniziatico dalla controfacciata al coro, personale omaggio a Yves Klein e al fascino da lui subito dai cieli blu di Giotto ad Assisi. Alleggerimento anche di un rovesciamento di sé fisicamente quasi doloroso. (foto di Andrea Pizzocchero) DSC_1499 DSC_1511                       DSC_1518 DSC_1503    

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